lunedì, 28 gennaio 2008
What You Can't Leave Behind
Più volte sono stato alla Risiera di San Sabba, alla periferia di quella meravigliosa città di Trieste. Una manifattura come tante a prima vista, costruita in rossi mattoni. San Sabba era un impianto per la pilatura del riso, ovvero la liberazione del chicco dagli strati esterni. Me la immagino fabbrica operosa, con operai dediti ai mortai, ai battitori, ai soffiatori, e tutto un andirivieni di sacchi.
Poi me la immagino nel 1944.
Arrivano le truppe naziste, e la risiera diventa un campo di prigionia e di smistamento verso campi ancora più terribili. Detenuti di ogni tipo, ostaggi, politici, partigiani. Ebrei.
E lì, adagiato sull'edificio principale, un forno crematorio.
Me la immagino ogni volta che ci vado. All'ingresso ti manca un pò il respiro, ti sembra di camminare letteralmente verso l'inferno, ti sembra che da quelle finestre lassù in cima ci siano dei demoni che con gli occhi seguano il tuo incedere verso...già verso cosa?



San Sabba non è come Mauthausen, non c'è orrore davanti agli occhi. Oggi sembra ancora quella fabbrica dismessa. Quei muri di cemento armato così macabri e tetri sono stati aggiunti poi, per rendere quella manifattura una "basilica laica a cielo libero", come nelle parole dell'architetto restauratore Romano Boico.
Eppure senti che c'è qualcosa che non va. Forse una sensazione, forse la laica sacralità del posto, forse una paranoia.
C'è come uno strano odore, come se i muri fossero impregnati di qualche strana malattia. Te ne accorgi subito appena passato l'arco di ingresso, in quella stanza lì sulla sinistra, vagamente rettangolare. La chiamano "Cella della Morte". Quell'odore che non c'è, ma che senti, ti dà la nausea e ti gira un pò la testa.
E quando esci nell'atrio senti solo gridare. E' uno stridio acutissimo che rimbalza tra i muri di mattoni rossi e il cemento armato dall'altra parte e ti porta a guardare là, dove c'è solo una piastra metallica e una sagoma e null'altro. Ma tanto basta, perchè lo sguardo non riesci a tenerlo a lungo, e quelle voci che strillano si fanno sempre più largo tra la tua testa e il tuo cuore.
Eppure non si sente nulla. Una tranquilla, placida e soleggiata giornata. Qualche uccelletto sorvola il luogo, e si posa dove più gli aggrada.
Non c'è rumore. Quel rumore è tutto e solo dentro di te.



Ti par vagamente di distinguere un suono di catene. Proviene dall'ala sinistra dell'edificio. Alle porte vi sono inferriate: dentro quei cubicoli che immaginavi, ma che non sono come immaginavi. Sono più piccoli. Molto, molto più piccoli.
Quello è San Sabba. San Sabba non lo vedi, non lo leggi, lo senti solamente. A San Sabba non trovi niente del nazismo, eppure vi trovi proprio tutto.
Ci trovi pure la commozione, quando nel museo trovi una lettera, così semplice, così banale, così oserei dire scontata, da essere talmente genuina che ti entra come una lama nel cuore:



Dicono che il 27 gennaio sia il Giorno della Memoria. Tra fiumi di retorica dicono che "per non dimenticare".
Troppo comodo cavarsela così. Troppo comodo lasciarsi con un "per non dimenticare". San Sabba è dietro la porta di casa. Quella barbara furia assassina, quella rabbia che ha portato a simili atrocità, quei punti neri nell'anima, quelli sono sempre con noi. I Nazisti non erano un'altra razza, nemmeno erano alieni, ma uomini, come noi oggi siamo. Corrotti, sviati, intrisi d'odio e paure, stretti da pensieri bestiali: e quanti oggi sono ancora toccati da simili cupezze d'animo.
Troppo comodo dire "per non dimenticare". Non basta: iniziamo a guardare dentro noi stessi. Iniziamo a trovare pace con noi stessi, e lavoriamo assieme per un domani in cui gli uomini riscoprano d'essere un pò angeli.
"Per non dimenticare" non basta a rendere onore a quelle morti. Non basta erigere un museo in loro onore. Ciò che quelle voci gridano è tutto ciò che non possiamo lasciare indietro: è la speranza e l'impegno per un domani migliore.
PippoSan alle ore 00:45 |
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