"Deeper meaning resides in the fairy tales
told to me in my childhood than in the
truth that is taught by life."
Friedrich Schiller
Mi sono sempre chiesto quale sia il destino di tutte quelle cose che perdiamo, che smarriamo, che dimentichiamo. Quelle che buttiamo, o che lasciamo.
Ricordo che da bambino mi piaceva pensare che quelle cose si riunissero in un posto lontano da tutto e tutti, dove potevano costruire la propria società. Immaginavo delle forbici spuntate, affilate da lame buttate da un macellaio, intagliare stoffe fuori moda gettate da sarti, da passare ad aghi e filo persi da anziane signore chissà dove affinchè ne cucissero vestiti che poi potessero essere indossati dagli orsetti di peluche alle riunioni di governo. Eh si, gli orsetti comandavano sempre. Li difendevano i soldatini di plastica, sopravvissuti alle grinfie di qualche marmocchio antipatico e sepolti in una qualche soffitta.
Immaginavo cose, cose che avevano perduto di importanza, cose che avevano perduto di senso, immaginavo cose che ridavano un perchè alla loro esistenza: con la sottile e tenera ingenuità di un bambino.
In fondo sono solo cose, che t'importa se perdono di significato?
Solo cose.
E se quelle cose fossero sogni? E se quelle cose fossero speranza? Se fossero la TUA ragion d'essere?
"Quando una cosa la perdi non te ne accorgi subito, o non la perderesti affatto. Capita, fattene una ragione" sono le maldestre parole di conforto e di insegnamento che una vecchissima morale ti ricorda.
Accade così che una mattina ti risvegli, convinto di iniziare la solita routine. E' così rassicurante la routine giornaliera.Passi a prendere il quotidiano, come ogni mattina, ti fermi per un cappuccino. Ne approfitti per dare una rapida scorsa al giornale, poi uscendo lo prendi e lo butti nel cestino. Qualcosa non va: questa non è routine. E non te ne capaciti, e ti arrabbi, ti infuri letteralmente per il gesto assurdo: perchè?
Mentre ti guardi attorno spaesato, ti rendi conto cos'è che non va: ciò che non va non è il gesto. Ciò che non va è che per molti, troppi giorni non l'avevi ancora fatto.
Giorni e giorni passati leggendo apaticamente notizie sempre più cupe e fosche, cronaca sempre più macabra, omicidi, assassini, guerre, violenze, che come una densa e acre melassa hanno intasato il cervello facendoti perdere o dimenticare o smarrire quella cosa, quell'unica cosa che dava senso alla lettura: la capacità di indignarsi. La capacità di dire no. La capacità di arrabbiarsi, e di progettare soluzioni per migliorare. La capacità di sperare che lottando, domani possa migliorare.
Ecco cos'è che non va: solo una cosa persa.
Persa nel bombardamento mediatico di troppe cose che sembrano non funzionare: leggi il giornale, ed inizia a calarti una nebbia sulle palpebre. Guardi il tg alla televisione, e l'audio sembra abbassarsi e tutto si fa distante e indistinto, lontano ed opaco.
E' il meccanismo più banale di auto-difesa che una persona possa avere, come quando un forte shock fa perdere conoscenza: ti estranei, ti allontani. Troppi colpi sul ring della vita, e getti la spugna, e perdi l'ambizione di vincere, e perdi il sogno che insegui.
Ecco cos'è che non va: non è solo una cosa persa. D'un tratto sei tu che perdi te stesso.
D'un tratto sei tu che perdi di significato.
D'un tratto sei tu che smetti di vivere.
Tu. Non una semplice cosa persa. Tu.
Per chi si perde, non c'è quel bel posto immaginato da bambino. Non ci sono società d'uguali, non ci sono aiuti reciproci, non ci sono eroi. Gli eroi non esistono: la nostra società li ha cancellati relegandoli alle pagine comprese tra "televisione" e "cultura e spettacolo". Quelle pagine che non legge nessuno, quelle pagine a cui nessuno potrebbe importare sepolte tra la cronaca nera, le bizze dei palazzi della politica, e il gossip.

Quelle pagine che ti servirebbero.
Quelle pagine che ci servirebbero.
Quelle pagine perdute del libro della nostra società.
Ora le rivoglio. Rivoglio la capacità di indignarmi. Rivoglio la capacità di arrabbiarmi. Rivoglio poter dire NO. Rivoglio quell'ambizione persa, rivoglio la speranza. Rivoglio la grinta.
Rivoglio poter sognare, sognare quei sogni incredibili dei bambini, sognare che domattina aprirò il balcone, e la vicina mi saluterà con un sorriso, e mi inviterà a leggere il quotidiano, e leggendolo potrò ridere felice.
Rivoglio quella spugna gettata troppo frettolosamente:
io non ho ancora smesso di lottare. Non oggi.
io non ho ancora smesso di lottare. Non oggi.
E tu?





















